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Giovani a lungo si, ma non per sempre

Forse non tutti sanno che per lo Zingarelli “ragazzo” significa “fanciullo, giovanetto” direi pertanto indicativamente da 8 a 14 anni. Questa ignoranza fa sì che imperversa sui mass media il diffuso malvezzo, nella titolazione e nei testi, di un indiscriminato uso improprio, erroneo direi, del vocabolo, adoperato oltre che per giovani della fascia d’età della scuola media superiore, anche per giovani di età universitaria (19-26 anni) e finanche per trentenni o addirittura trentacinquenni e quarantenni. A mio parere tale costume non agevola la crescita personale e la responsabilizzazione dei giovani: infatti, c’è il rischio che odiosi episodi di bullismo o veri e propri fatti criminosi passino per “ragazzate”, e che per i loro autori (cfr l’omicidio di perugina) sia normale la definizione di “ragazzi” 8inoltre simpaticamente chiamati col solo nome – sulla scia di “Olindo e Rosa – anziché, per esempio, “i giovani accusati dell’efferato delitto”). Si giunge al paradossale, al grottesco, allorché (radio giornale delle 8,30 di qualche mese fa) i due scippatori che hanno causato la morte di una malcapitata vengono definiti “ragazzini” avendo rispettivamente “solo” 15 e 16 anni! Penso, ma forse mi sbaglio, che i professionisti dell’informazione dovrebbero porre più attenzione all’uso dei termini. Con la scrittura, le civiltà hanno fatto passi da gigante. Nella modernità, il padre della psicanalisi, Sigmund Freud, mette in guardia riguardo “la forza delle parole”. Le parole hanno il potere di plasmare una mentalità, anche e soprattutto quelle usate dai mass media, che sono i nuovi “pulpiti” della società laicizzata. Ora, va da sé che l’impiego troppo disinvolto, improprio o fuori contesto di termini quali “ragazzi”, “ragazzini”, “ragazzate” concorre, oggi, ad aumentare la confusione che regna a proposito della cosiddetta “età della crisi”, ovvero l’adolescenza, alla quale – un tempo – era attribuita una durata circoscritta. Certi dati antropologici macroscopici che contrassegnano il presente, come l’infantilismo diffuso, la sindrome di Pater Pan, il bullismo giovanile, il teppismo, lo “sballo” con alcool e droghe, l’evanescenza dei legami di coppia, tutto ciò è conseguenza – oltre che della cultura sessantottina del “vietato vietare” – anche di un’incoerenza educativa che si rispecchia nel linguaggio quotidiano e che delinea una vera e propria emergenza. Qualche giorno fa, nel pieno centro di Milano, due fratelli di 18 e 17 anni, ubriachi, hanno prima messo in ridicolo una coppia di anziani coniugi, quindi percosso un vigile urbano che aveva osato intervenire: eppure, il giorno successivo, molte cronache giornalistiche non hanno rinunciato a definire “ragazzi” i due malviventi, che fra l’altro non erano alla loro prima impresa del genere. Ritengo che l’uso di simili termini è irresponsabile e dannoso a dir poco quanto certa leggerezza indulgente in famiglia (“…Si sa, sono ragazzi”!) che finisce col divenire collusione, se non istigazione. Certo nessuno ha la bacchetta magica per risolvere in un baleno problemi complessi, ma sarebbe ora di cominciare a riconsiderare, fin dall’età della ragione, il valore – anche cristiano – della responsabilità personale e della disciplina.
Don Michele Carlucci

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